Parte una rubrica mensile: una lettera alla volta, con l’edizione critica curata da Stefania Falasca. Perché la parola non cerca applausi: chiede scelte.
C’è un rischio sottile nell’amare troppo le icone: si finisce per non ascoltarle più. Ho tenuto alcuni volumi di Papa Luciani sulla scrivania per giorni, guardando copertine che conosciamo tutti: quel sorriso largo, l’aria bonaria. È un’immagine che consola, certo. Ma a forza di guardarla, rischiamo di trasformare una voce scomoda in un santino innocuo da tenere sulla mensola, tra i ricordi affettuosi che non mordono più.
Io vorrei provare a fare il contrario. Vorrei smettere di guardare la foto e iniziare a leggere il testo. Come scrivevo nel mio precedente articolo, dobbiamo togliere la cornice della “cartolina”. Dobbiamo tornare alle parole. Non per spirito di contraddizione, ma per rispetto. Perché se riduciamo Luciani a un’emozione rassicurante, perdiamo la parte che oggi ci serve di più: la sua capacità di dire la verità senza schiacciare nessuno.
Da questa esigenza nasce la rubrica mensile che inaugureremo tra pochi giorni su Illustrissimi. Una lettera al mese, con la pazienza che meritano i testi che non si consumano in uno scorrere di pollice sullo schermo. E con una scelta semplice: lavoreremo tenendo sempre aperta l’edizione critica curata da Stefania Falasca. Non per fare i professori, ma perché Illustrissimi non è un libro di aneddoti simpatici. È un’officina. Se vogliamo capirlo davvero, dobbiamo vedere come Luciani lavora: come aggancia, come accompagna, come arriva al punto.
Un classico non è un trofeo Nella prefazione, il cardinale José Tolentino de Mendonça cita Italo Calvino: «un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». E aggiunge: «È questo, senz’ombra di dubbio, il caso di Illustrissimi». Prendo questa frase non come un titolo onorifico, ma come una verifica che scotta. Se questo libro è un classico, allora deve saper parlare anche a noi, oggi. Deve saperci mettere in crisi, non solo farci sorridere per come eravamo ieri. E la cosa sorprendente è che lo fa. Lo fa perché Luciani sceglie una forma che obbliga alla concretezza: la lettera, il colloquio. Accetta di scendere dal pulpito convenzionale per entrare nella “pubblica piazza”, nel territorio aperto della cultura. Non scrive per addetti ai lavori: scrive per un lettore del giornale.
La verità detta senza ferire C’è un equivoco che dobbiamo spazzare via subito: la semplicità di Luciani non è ingenuità. Quella “facilità” di lettura non va fraintesa. La sua è una disciplina. È la scelta del sermo humilis: parlare basso non per dire cose da poco, ma per farsi capire da tutti. Falasca, nella sua introduzione, richiama la lezione di sant’Agostino: la verità va esposta suaviter, delicatamente. Attenzione però: “delicatamente” non significa “annacquata”. Significa consegnata in modo che l’altro la possa ricevere. Spesso noi usiamo la verità come un sasso da scagliare contro chi sbaglia. Luciani la usa come una luce. Non umilia mai la persona, anche quando taglia il nodo. È questa la sfida che mi affascina: imparare a dire le cose come stanno, senza trasformare la parola in un’arma.
La prima tappa: Dickens e la barca unica Chi leggerà la prima puntata della rubrica, dedicata alla lettera a Charles Dickens, capirà subito che non siamo qui per fare letteratura. Dickens non è un ornamento colto. È l’ingresso nella realtà. Luciani ci porta nella Londra della povertà per parlare della nostra “barca unica”. E il discorso si fa subito attuale. Se siamo sulla stessa barca, la solidarietà smette di essere un gesto gentile che facciamo quando ci avanza qualcosa. Diventa una condizione di galleggiamento. O ci alleggeriamo insieme, o affondiamo con i nostri lussi. Ecco il punto: Illustrissimi non ci chiede indistintamente sentimenti. Ci chiede concretezza. Ci chiede di togliere il superfluo. E questo non è un invito comodo. È una scelta, come si dice oggi, di campo.
Contro l’eccesso diagnostico Perché iniziare adesso? Perché viviamo nell’epoca di quello che Papa Francesco — citato proprio da Tolentino nella prefazione — chiama «eccesso diagnostico». Siamo bravissimi a descrivere i mali del mondo e della Chiesa. Siamo campioni di analisi. Ma restiamo paralizzati sulla cura. Luciani è un antidoto. Non rinuncia alla diagnosi, ma non ci resta impantanato dentro. La sua parola orienta verso una decisione pratica. Chi legge Illustrissimi non può limitarsi a dire: “che belle parole”. È costretto a chiedersi: “E quindi? Cosa cambio?”.
Proviamoci insieme La rubrica avrà un ritmo mensile, lento, come quello originario delle lettere sul «Messaggero di Sant’Antonio». Sarà un cammino da fare insieme, senza la pretesa di avere tutte le risposte, ma con la voglia di farsi le domande giuste.
Prima di iniziare con la prima lettera, vi propongo un gesto piccolo, definiamolo un esercizio di onestà. Prendete in mano Illustrissimi, leggetene una pagina a caso. Poi provate a scrivere una frase, una sola, che oggi direste a qualcuno per essere veri senza schiacciare l’altro. Se vi viene facile, probabilmente non state dicendo tutta la verità. Se vi viene difficile, se sentite la fatica di cercare le parole giuste, allora siete nel punto esatto dove Luciani voleva portarci. La rubrica, nel cuore e nella testa, comincia da qui.
Di Carlo Dellacasa

