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I numeri dei catecumeni. Non c’è un ritorno: quando l’eredità si spegne

Catecumeni

Francia e Italia sembrano opposte. In realtà raccontano lo stesso scarto: come la fede europea passa dall’eredità alla scelta, e perché questo cambia tutto.

I numeri (in questo caso dei catecumeni), a volte, ti arrivano come un trailer di Matrix nei momenti più banali. La sera, il telefono acceso sul tavolo della cucina, una tazza ormai fredda, la casa che finalmente tace. Scorri, leggi, e capisci che la notizia non è “quanti”. La notizia è “come”. Non è un ritorno: è la fine dell’eredità.

Se guardiamo alla contabilità, l’Europa cattolica sembra spaccata in due. Francia: Pasqua 2025, record storico, 10.384 adulti e oltre 7.400 adolescenti battezzati. Quasi 18.000 persone, con un +45% sugli adulti. Italia: fenomeno ancora piccolo, una stima nazionale attorno alle 1.100 unità, e una raccolta dati ancora disuguale, a zone. L’istinto è facile: Francia “vince”, Italia “perde”. Ma è un riflesso da tifo. E non regge, se lo leggiamo solo così.

Questa però non è una corsa. C’è un cambio di terreno. Una frattura nel cristianesimo occidentale che stiamo ancora cercando di nominare senza spaventarci. La tesi che mi viene in mente è scomoda, perché ci tocca nel punto in cui siamo più fragili: in Francia le conversioni non spuntano nonostante la secolarizzazione, ma forse proprio perché l’ambiente non regala più appartenenza automatica. In Italia, invece, la tradizione culturale — che per decenni ha fatto da casa e cassa di risonanza comune — oggi può diventare un anestetico: ti lascia l’idea di essere “dentro” anche se non hai mai scelto.

Mi rendo conto che detta così sembra una condanna della tradizione. Ma non è questo; è, semmai, un avvertimento: quando la tradizione resta solo sfondo, smette di generare. Ti protegge, sì, ma ti rende assuefatto.

Francia: quando la fede diventa scelta
Danièle Hervieu-Léger, già nel 2003 (Catholicisme, la fin d’un monde), parlava della fine della “religione per eredità”. È una frase da mal di pancia per un cattolico, che suona fredda, ma descrive una cosa concreta: si spezza il passaggio quasi naturale — famiglia, ambiente, consuetudine — che ti trasmetteva la fede. E quando quel passaggio si incrina, succede una cosa strana: nel “deserto” qualcuno inizia a cercare acqua sul serio. In Francia, oggi, la fascia 18–25 anni pesa il 42% dei catecumeni adulti. Non è gente che “torna” a un ricordo d’infanzia. È gente che guarda per la prima volta al mondo cattolico.

E non è solo catecumenato: nel 2025, in Francia, 145 giovani hanno iniziato l’anno propedeutico di discernimento verso il Seminario (110 nel 2024). Non è una prova definitiva di nulla, ma è un segnale che si somma agli altri.

A questo punto l’obiezione va trattata con rispetto, non con fastidio. Si può dire: state leggendo troppo. È un rimbalzo post-Covid. È una scia emotiva della GMG. O c’entrano dinamiche migratorie. Passerà. Tutto questo è prudente pensarlo e capisco anche la diffidenza verso le letture esaltate: fanno danni, perché trasformano le persone in statistiche da esibire. E ricordiamoci sempre che le statistiche sulle persone nascondono, o meglio sottendono, la loro umanità.

Però c’è un punto duro che resta in piedi anche con tutte le cautele del caso: questi numeri parlano di una scelta non ereditata dalla famiglia o dalla società. Quando la fede diventa scelta, cambia il modo in cui la Chiesa si presenta, volente o nolente. Non più casa “già abitata”, dove entri perché ci sei sempre stato. Piuttosto una porta: qualcuno bussa, e tu devi rispondere sul serio. Non con un automatismo.

Italia: tradizione che resta, inerzia che cresce
L’Italia vive al momento un fuso diverso. Qui il cattolicesimo non è evaporato: sta nel linguaggio, nei riti civili, nelle feste, perfino in quel modo di dire “sono credente” senza sapere bene cosa si intende. Questo crea un cuscinetto. A volte protegge. Ma spesso addormenta. Perché chiedere il battesimo da adulto se ti senti già “culturalmente” cristiano? È una domanda che brucia, proprio perché non accusa nessuno. Mostra soltanto un’abitudine: restare vicini senza mai decidere veramente.

Eppure anche in Italia, sotto la superficie, qualcosa si muove. Milano è la spia più chiara: 68 catecumeni nel 2022, 89 nel 2025, con una quota di italiani indicata “ormai al 45%”. Non sono cifre da prime pagine; in confronto con i dati con cui abbiamo aperto sono briciole. Ma sono abbastanza per smentire una convinzione comoda: non è vero che in Italia non succede niente. Succede, solo più lentamente. E forse proprio per questo rischiamo di non vederlo, o di sminuirlo.

Poi c’è un altro dato di rilievo: in Francia si contano oltre 11.000 accompagnatori, con un +31%. In Italia questo dato non è indicato in modo aggregato: non si monitora in modo sistematico chi accompagna i catecumeni, almeno non lo sappiamo con precisione. Qui confesso una piccola difficoltà personale: quando leggo queste cose, mi viene voglia di ridurle a un tema organizzativo, a un elenco di soluzioni. È una tentazione comoda, lo so, perché ti dà l’illusione di poter controllare.

Ma quel “dato mancante” è già una diagnosi. Dice: sotto sotto crediamo ancora che la fede si trasmetta da sola, per famiglia e contesto. Se fosse davvero così, chi accompagna è/sarebbe un dettaglio. Se l’eredità si spegne, invece, diventa decisivo. Perché chi bussa non entra da solo.

Europa: tre segnali, una stessa direzione
Per non restare prigionieri del duello campanilistico Roma-Parigi, lo sguardo va allargato. La Spagna: crollo più rapido del cattolicesimo culturale e crescita di battesimi “tardivi”, con una polarizzazione tra secolarismo forte e fede identitaria. Il Belgio: 536 battesimi adulti a Pasqua 2025 e un +48% nello stesso anno, come conferma di un trend continentale — la Chiesa rinasce piccola, ma convinta. La Germania: caso a parte, con la Kirchensteuer che produce appartenenza formale senza chiedere conversione personale; il catecumenato resta marginale e quasi invisibile, mentre la crisi può restare mascherata sotto l’istituzione. Qui non è indicato un dato che lo misuri davvero: ed è già parte del problema.

E qui arriviamo al bivio vero, che fino a qualche decennio fa poteva sembrare fantascienza: minoranza o popolo? La Chiesa è abituata a pensarsi come Popolo di Dio, tenda larga, presenza sociale. Ma quando la fede diventa scelta forte, scatta una paura legittima: diventeremo una setta di “puri”? È la domanda più onesta. E non va addolcita. I numeri sembrano dire quello.

La risposta non è un manifesto funerario. È una tensione: tenere la porta aperta della misericordia universale, mentre dentro si forma un corpo di discepoli consapevoli. È un equilibrio che chiede maturità: niente muri, ma neanche automatismi. E qui si capisce perché il catecumenato non è una nicchia per “casi particolari”: diventa un banco di prova per tutti.

L’Italia non deve aspettare il trauma del deserto francese per vedere una rinascita. Ha anticorpi: Comunione e Liberazione, Focolari, Azione Cattolica, Scout (per citarne alcuni) hanno abituato molti laici a una fede non di facciata, non solo sociale. Hanno retto, per anni, una scelta dentro un cattolicesimo di massa. La scommessa italiana, oggi, è più umile e più concreta: portare quella densità nella parrocchia ordinaria, senza trasformarla assolutamente in recinto per pochi motivati e senza chiedere a tutti di diventare specialisti.

E adesso la parte tagliente di tutto questo, perché serve avere consapevolezza.
Non basta registrare i numeri.
Non basta commentare il “boom” altrui.
Se l’eredità finisce, o impariamo ad accogliere chi arriva per scelta, o restiamo a custodire chiese sempre più vuote. E chi arriva per scelta ha domande vere, crude, fondanti. Perché vuole capire, non vuole passare un’oretta la domenica in chiesa.

Non è una condanna certa. È una responsabilità. E non chiede gesti eroici. Chiede lucidità interiore. A volte basta una cosa piccola, quasi imbarazzante nella sua semplicità: una persona riconoscibile che risponde, un varco che non rimanda a un labirinto, un volto che non tratta la domanda come una pratica da sbrigare.

Suggerisco un gesto minimo, da fare oggi: chiedersi, senza retorica, chi, nella propria comunità, oggi può accompagnare davvero un adulto che chiede il battesimo. E concludo con una domanda che non possiamo evitare: se l’eredità non regge più, noi siamo pronti a credere senza appoggi?

Di Carlo Dellacasa

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