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Giubileo 2025 e digitale: la lezione sull’accoglienza che serve alle parrocchie

Giubileo 2025

Finito l’evento, resta un metodo. Non “più tecnologia”, ma tecnologia umile: quella che non si nota e non comanda.

C’è un momento preciso che conosciamo bene, quando torniamo a casa dopo i grandi eventi ecclesiali: è l’istante in cui ci viene voglia di copiare la superficie. Roma chiude i battenti, l’adrenalina scende, e noi ripartiamo con l’idea di dover replicare i fuochi d’artificio (o il successo pop di Luce). Capita in buona fede. Chi prova strade visibili – un canale social curato, una grafica nuova, perfino un’app – spesso lo fa per servire, non per mettersi in mostra. Il punto è un altro: se imitiamo la forma più rumorosa, rischiamo di perdere la lezione più utile.

Perché la rivoluzione digitale del Giubileo 2025, quella che vale anche per la vita ordinaria, non è stata la parte più discussa. È stata quella che ha lavorato “sotto”, come un’infrastruttura. Un digitale che non chiede applausi. Che non diventa vetrina. Che non pretende di sostituire la relazione. È come l’impianto elettrico di una chiesa: te ne accorgi solo quando salta. Se funziona, tu guardi l’altare, non la lampadina.

Un numero enorme, una domanda più grande

Il dato finale ufficiale parla di 33.475.369 pellegrini. Ma la notizia non è solo la cifra. È anche come la si è costruita: secondo quanto riportato nel bilancio, il conteggio principale è stato fatto alla Porta Santa di San Pietro con una registrazione automatica dei passaggi. Qui c’è un punto che ci riguarda. In tanti contesti ecclesiali trattiamo la precisione come un dettaglio fastidioso, quasi che “contare bene” sia roba da aziende. In realtà è il contrario: in un mondo diffidente, la credibilità passa anche da come dici la realtà. Dire “questo è il numero e questo è il criterio” è rispetto, non marketing.

Detto questo, va detto anche l’altro lato (quello che spesso evitiamo): quel numero non prova che la tecnologia “ha generato” l’affluenza. Il pellegrinaggio nasce da fattori più profondi: fede, tradizione, desiderio, fatica, decisioni comunitarie. La tecnologia, al massimo, può fare una cosa: evitare che un cammino diventi un’odissea logistica. Può togliere pietre al massimo ma non creare la strada.

Il digitale amplifica chi siamo

Qui entra la prima correzione di onestà: nelle parrocchie il problema raramente è tecnico. È antropologico, generazionale, relazionale. Un gruppo WhatsApp “fatto male” non è un errore di impostazioni: è spesso lo specchio di ferite, fazioni, stanchezze, mancanza di fiducia. Papa Francesco, in Christus vivit, lo dice senza romanticismi: non basta “usare strumenti”, perché viviamo “in una cultura altamente digitalizzata”, con effetti su relazioni e percezione del reale. E aggiunge un monito duro: nel digitale ci sono anche “solitudine, manipolazione…”, e interessi economici capaci di forme di controllo “invasive”. Tradotto: se una comunità non sa gestire conflitti e linguaggi, il digitale non li risolve. Li accelera.

App e comunità: la Chiesa non si muove “per utenti”

Sul tema “app”, la lezione non è demonizzare o idolatrare. È guardare la forma concreta del cattolicesimo: la Chiesa si muove a grappolo. Si muovono gruppi, famiglie, pullman, scout. Spesso una persona tiene in mano la parte pratica e guida gli altri. È normale. Per questo progettare tutto come se l’unità base fosse l’utente singolo, isolato e iper-competente, porta quasi sempre a frustrazione. La tecnologia ecclesiale deve vestire un corpo comunitario. Non rieducarlo all’individualismo per entrare in un login.

Julia e l’AI: utile, sì. Ma solo con paletti chiari

Tra le soluzioni più intelligenti viste “a Roma” c’è stata anche JULIA, assistente virtuale della città, accessibile via WhatsApp, Telegram, Messenger e web chat. È un esempio interessante perché non chiede alle persone di cambiare abitudini: entra dove già stanno. Però qui bisogna evitare l’entusiasmo facile. Un assistente AI apre domande pastorali ed etiche vere, e se non le nominiamo adesso ce le troveremo tra i piedi domani:

  • Dati e fiducia: cosa raccoglie, cosa conserva, chi vede cosa.
  • Confini: quali domande non deve gestire una macchina (sofferenza, discernimento, conflitti, coscienza).
  • Disumanizzazione: quando l’automazione diventa un modo elegante per non rispondere più con un volto.

Quindi, se una parrocchia guarda a un modello “conversazionale”, la regola dovrebbe essere semplice: AI solo per logistica e orientamento; per tutto ciò che è vita spirituale e relazionale serve un essere umano, riconoscibile e responsabile. L’AI può indicare “dove e quando”. Non può accompagnare un cuore.

Influencer e missionari digitali: la differenza non è nei numeri

Sì, il Giubileo ha avuto anche una dimensione di comunicazione social potente. Ma il criterio non può essere la reach. Il criterio è la direzione. Un contenuto sano non trattiene lo sguardo su chi lo produce. Fa da ponte. E qui torna utile un passaggio del Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2025: “Non aiuta mai ridurre la realtà a slogan”. Non è una frase “contro il digitale”. È un criterio per dentro il digitale: se semplifico la realtà per far presa, perdo la verità della persona. C’è anche un altro punto, ancora più attuale: Francesco parla di “dispersione programmata dell’attenzione”, prodotta dai sistemi digitali. Se una parrocchia non capisce questo, rischia di scambiare la fede per un flusso di contenuti.

Tre scelte di metodo (più una, prima di tutte)

Siamo tornati all’ordinario: fogli stampati male, riunioni fino a tardi fatte all’ultimo, messaggi fraintesi. È qui che si vede se il Giubileo ci ha lasciato qualcosa. Prima di tutto: scegliete chi tiene in mano la parola della comunità. Non “un volontario che ha tempo”, ma una persona affidabile, formata, capace di tono, ascolto, mediazione. Senza questo, ogni strumento diventa un amplificatore di nervi.

Poi, tre scelte concrete:

  1. Curare i luoghi dove la gente è già. Meglio una chat sobria, con regole semplici e risposte certe, che un sito-vetrina fermo e muto.
  2. Trasparenza sui numeri piccoli. Se dai un dato (offerte, bilanci, partecipazioni), dì come lo calcoli. La fiducia si ricostruisce così: un mattone alla volta.
  3. Tecnologia “sotto”, non “sopra”. Il digitale migliore è quello che non pretende il centro. Serve l’incontro, non lo sostituisce.

E qui una nota finale di speranza, senza zucchero: alcune parrocchie questa forma di digitale umile la stanno già praticando, spesso senza chiamarla così. Altre faranno fatica, e non per cattiveria. Per stanchezza, per mancanza di persone, per fratture. Proprio per questo il metodo conta: perché è realistico, non da eroi.

La domanda non è “quanto siamo social”. È: la nostra comunicazione aiuta ad arrivare alla porta, o aggiunge un’altra serratura? Il digitale, quando è sano, fa una cosa sola: toglie pietre dalla strada mentre camminiamo. Il resto tocca farlo a piedi.

di Carlo Dellacasa

Link utili:

Christus vivit

Messaggio per la LIX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2025)

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