La mostra genovese dedicata a Giulio Romano rimette al centro un’opera che non è soltanto uno dei momenti più alti della sua carriera, ma uno dei dipinti più influenti del Cinquecento italiano. La Lapidazione di Santo Stefano, realizzata intorno al 1521 per la chiesa genovese del santo, è un originale che ha saputo imporsi come riferimento, fissando una forma destinata a durare.
È qui che l’opera mostra la sua forza. Non colpisce per un singolo dettaglio o per un effetto spettacolare, ma per l’equilibrio dell’insieme. Si avverte ancora l’eco di Raffaello, ma il modello non è più lui: Giulio Romano trova una soluzione propria, chiara e riconoscibile. Tutto è disposto in modo da funzionare nel tempo, tanto che la composizione resta comprensibile anche quando viene ricordata o ripresa. È un originale pensato per durare.
Il confronto tra la pala e il grande cartone preparatorio chiarisce subito un punto: questa immagine è frutto di una scelta precisa. Nulla è lasciato al caso. La scena è affollata, ma resta sempre leggibile. Il martirio di Stefano non diventa mai confuso o violento in modo gratuito, ma si tiene su una tensione continua che guida lo sguardo tra figure e gesti.
Forse è proprio questa solidità a spiegare la fortuna straordinaria della Lapidazione di Santo Stefano. Non perché il soggetto sia raro – il martirio del santo è frequente nella pittura sacra – ma perché Giulio Romano lo organizza in una forma che appare conclusa, difficilmente migliorabile. Una soluzione che altri artisti riconoscono come efficace.
Nel corso dei secoli l’immagine viene ripresa in contesti diversi, ma sempre come risposta a quell’invenzione iniziale. A Palermo Bernardo Castello ne propone una versione aggiornata al gusto del tempo, oggi conservata nella Chiesa di San Giorgio dei Genovesi. A Sanremo, nella Chiesa di Santo Stefano, una grande tela di ambito gesuitico conferma l’autorevolezza del modello nel pieno Seicento. A Milano, nell’affresco di San Maurizio al Monastero Maggiore, la composizione è ripresa con una fedeltà che rimanda direttamente all’originale di Giulio Romano.
Queste opere non ridimensionano l’importanza dell’originale, al contrario la rafforzano. Mostrano quanto quell’immagine fosse considerata necessaria e affidabile. Un dipinto viene copiato quando riesce a raccontare una storia in modo chiaro, senza rinunciare alla forza drammatica né al controllo della composizione.
È questo il nucleo che la mostra genovese restituisce con chiarezza. L’esposizione, allestita tra il Museo dell’Accademia Ligustica di Belle Arti e l’Abbazia di Santo Stefano, è visitabile fino al 17 gennaio 2026. La mostra è aperta dal martedì al venerdì dalle 14.30 alle 18.30 e il sabato e la domenica dalle 10.30 alle 18.30; chiusa il lunedì.
Guardare oggi la Lapidazione di Santo Stefano in questo contesto significa riconoscere in Giulio Romano non solo l’erede di Raffaello, ma l’autore di un’immagine capace di diventare modello. Un grande originale, che continua a generare senso.
di Andrea Gaggioli


