Si chiude con dati da record e una ferita diventata parte del cammino. Ma l’eredità non è la macchina: è una Chiesa capace di restare nella realtà, anche quando trema.
Guardo i numeri con cui si chiude questo Giubileo e mi fermo. Trentatré milioni di pellegrini. Flussi gestiti. Sicurezza che ha retto. Tutto vero, tutto inattaccabile.
Ma se ci fermiamo ai dati, rischiamo di perdere il punto. Perché un evento così non è una somma di presenze. È un corpo vivo. E i corpi vivi, quando attraversano un anno, non sono mai perfetti: conoscono la fatica, la paura, il silenzio. E a volte sanguinano.
C’è un fatto che avrebbe potuto incrinare tutto: la morte di Papa Francesco nel cuore dell’Anno Santo. Ricordo quella giornata, e ricordo la sensazione che molti hanno avuto — io compreso — senza dirla ad alta voce: “Adesso si rompe qualcosa”.
Invece è accaduto l’opposto. Il popolo non si è disperso. Il lutto non è stato nascosto sotto il tappeto dell’organizzazione. È entrato nel pellegrinaggio. La gente ha camminato verso la Porta e verso la tomba con la stessa devozione, quasi senza rumore.
Qui sta la prima lezione che mi porto a casa: le strutture reggono non quando sono impeccabili, ma quando sono vere. Quando lasciano esistere il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Quando non hanno paura di mostrare una ferita.
Poi c’è un’immagine che, da sola, vale più di molte analisi: Papa Leone che si inginocchia sulla soglia prima di chiudere. Un corpo in ginocchio, il tempo che si dilata, e la preghiera che non “produce” niente — se non ciò che conta.
In un mondo che riempie ogni vuoto di parole, e spesso anche in una pastorale che non sopporta il silenzio, quel gesto dice l’essenziale: prima del discorso viene lo stare. Prima della strategia viene la soglia.
Mi chiedo se nelle nostre parrocchie abbiamo ancora il coraggio di tempi così: tempi non utili, non efficienti, non misurabili. Perché se rincorriamo solo l’efficienza, diventiamo bravi a fare tante cose. Ma rischiamo di dimenticare chi siamo.
A proposito di efficienza, non si può ignorare Roma. La città si è mostrata per quella che è: capace di reggere, e insieme fragile. Si è visto l’aiuto della tecnologia per orientare i flussi. Si sono attraversate opere e cambiamenti. E si sono toccati anche i nodi che restano: la fatica quotidiana, i ritardi, la gestione complicata.
Non serve una narrazione patinata. La credibilità nasce quando non nascondi la polvere. Quando dici: “Qui siamo riusciti, qui no. Qui siamo ancora in debito”. La speranza cristiana non è un cosmetico: è la forza di guardare le cose in faccia e provare a cambiarle.
Ecco, la speranza. È una parola che si può consumare in fretta, se non la custodiamo. Ma questo Giubileo lascia segni che la rendono pesante nel senso buono: le “13 Case” per i poveri, la Porta aperta a Rebibbia, il richiamo severo contro un’economia che prova a trarre profitto da tutto.
Questo mi rende orgoglioso e mi inquieta, insieme. Perché la speranza, se è vera, non consola soltanto: giudica. Chiede scelte. Chiede carne. Chiede di guardare come usiamo i soldi, come trattiamo il lavoro, come accogliamo chi non ha niente. Altrimenti resta folklore.
Ora si chiude una Porta e si apre un tempo diverso. E anche la vita della Chiesa, dopo un anno così, chiede passaggi di discernimento e di responsabilità: non per fare scena, ma per dare direzione.
Non so cosa resterà nella storia. Ma so cosa vorrei restasse in noi: una Chiesa che non ha paura delle sue crisi, che usa gli strumenti del tempo senza diventarne schiava, e che sa mettersi in ginocchio prima di parlare.
La Porta è chiusa. Il metallo ha toccato il metallo.
Adesso tocca a noi dimostrare che non abbiamo solo assistito a un grande evento: abbiamo imparato un modo di camminare. E questo non si decide a San Pietro. Si decide domani mattina, nella normalità delle nostre scelte.
Di Carlo Dellacasa

