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“Rage Bait”, la parola del 2025: la Chiesa non può cadere nella trappola della rabbia online

Rage Bait

L’Oxford Dictionary certifica l’anno dell’indignazione a comando. Ma per chi comunica il Vangelo, la ricerca del clic a tutti i costi non vale la perdita della credibilità.

La notizia che l’Oxford Dictionary abbia eletto “Rage Bait” (letteralmente esca per la rabbia) come parola dell’anno 2025 è molto più di una curiosità linguistica. È la diagnosi di una malattia del nostro tempo. Il termine indica quei contenuti creati apposta per farci arrabbiare, indignare o litigare, con l’unico scopo di aumentare le visualizzazioni su una pagina web o un profilo social.

Per chi si occupa di comunicazione nelle nostre diocesi, parrocchie o associazioni, questo è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Ci troviamo davanti a un bivio strategico ed etico: seguire la corrente, urlando per farci notare, o avere il coraggio di essere “controcorrente”, preservando la nostra identità?

Il meccanismo: perché l’algoritmo premia la lite 

Dobbiamo essere onesti su come funziona oggi internet. Le piattaforme social (da Facebook a TikTok) sono costruite per tenerci incollati allo schermo. E cosa ci tiene incollati più di tutto? L’indignazione. Quando un contenuto ci fa arrabbiare, siamo portati a commentare, a condividerlo per criticarlo, a reagire. Per l’algoritmo, tutto questo movimento è positivo: significa che il contenuto “funziona”. Per un comunicatore cattolico, la tentazione potrebbe essere forte: pubblicare una notizia polemica, un titolo urlato o una critica feroce garantisce numeri alti subito. Ma confondere il chiasso con l’ascolto è un errore imperdonabile.

La tesi: non si può evangelizzare usando la divisione 

Qui arriviamo al cuore del problema. La Chiesa non può adottare la strategia della rabbia per un motivo strutturale: sarebbe una contraddizione in termini. La natura della Chiesa è la comunione; lo scopo del rage bait è la divisione. Se usiamo la manipolazione emotiva per ottenere attenzione, stiamo tradendo il messaggio che vogliamo portare. Non si può annunciare la “Buona Notizia” usando le tecniche della “cattiva informazione”. Come sottolineano i codici etici della stampa cattolica, il lettore si fida di una fonte ecclesiale perché si aspetta verità, non trucchi. Tradire questa aspettativa per qualche visualizzazione in più significa segare il ramo su cui siamo seduti.

Il danno: la perdita del capitale più prezioso 

Nel mondo della comunicazione, la moneta più preziosa non è il numero di “mi piace”, ma la fiducia. La fiducia è una cosa che si costruisce in anni di lavoro serio, coerente e pacato, ma si può distruggere in un attimo. Se una pagina parrocchiale o diocesana inizia a postare contenuti sensazionalistici o provocatori, forse all’inizio vedrà crescere le interazioni. Ma alla lunga, le persone si stancheranno. L’effetto del rage bait è l’esaurimento: chi ci segue si sentirà manipolato, stanco di essere sempre sollecitato alla rabbia. Il risultato? Smetteranno di ascoltarci anche quando avremo cose importanti e vere da dire. La Chiesa rischia di diventare “una delle tante voci che urlano”, perdendo la sua autorevolezza di “voce che guida”.

La strada maestra: verità, contesto e calma 

Cosa deve fare, dunque, un comunicatore cristiano professionista nel 2025? Non deve ritirarsi dal mondo digitale, ma deve abitarlo con uno stile diverso.

  • Verificare prima di condividere: Anche se una notizia indigna è “ghiotta”, se non è verificata non va pubblicata. La verità viene prima della velocità.
  • Offrire contesto, non slogan: Il rage bait banalizza tutto. Noi dobbiamo avere la pazienza di spiegare la complessità delle cose.
  • Disinnescare la rabbia: Invece di soffiare sul fuoco delle polemiche, la nostra comunicazione deve provare a spiegare le ragioni, ad abbassare i toni, a riportare il dialogo sul rispetto.

La scelta di “Rage Bait” come parola dell’anno ci dice che il mondo è saturo di rabbia artificiale. Proprio per questo, c’è un bisogno disperato di spazi digitali “bonificati”, dove si possa respirare, ragionare e incontrarsi davvero. La comunicazione cattolica ha la responsabilità enorme di offrire questi spazi. Non dobbiamo inseguire le mode tossiche del momento. La nostra forza sta proprio nell’essere l’alternativa: seri quando gli altri sono superficiali, calmi quando gli altri urlano, credibili quando gli altri manipolano.

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