Il 59° Rapporto Censis fotografa un Paese in transizione: tra la “regina” televisione e l’ascesa dei social, cresce la consapevolezza dei rischi digitali, ma manca la forza per scegliere liberamente.
Se c’è un termine che può riassumere lo stato della comunicazione in Italia nel 2025, secondo l’ultimo 59° Rapporto Censis, questo è “paradosso”. Viviamo in un’epoca di abbondanza mediatica senza precedenti, eppure questa ricchezza sembra generare più ansia che conoscenza, più frammentazione che unione.
Leggere questi dati non è solo un esercizio statistico, ma un dovere morale per chiunque abbia a cuore il tessuto sociale del Paese. Il quadro che ne emerge è quello di un’Italia divisa da fratture generazionali profonde e intrappolata in una sorta di “impotenza consapevole”: sappiamo di essere manipolabili, ma non abbiamo ancora gli strumenti per difenderci.
L’arcipelago generazionale: dove ci incontriamo?
Il primo dato su cui riflettere è la frattura nei consumi mediatici. Da un lato, la televisione mantiene il suo scettro di “regina” generalista, un focolare domestico che resiste; dall’altro, per le giovani generazioni, i social network sono diventati la fonte primaria, se non esclusiva, di informazione.
Da una prospettiva cattolica e sociale, questo dato è allarmante non per la tecnologia in sé, ma per la perdita di un linguaggio comune. Se nonni e genitori abitano il mondo del broadcasting e figli e nipoti vivono immersi negli algoritmi di TikTok o Instagram, dove avviene il dialogo? Il rischio è la creazione di “bolle” impermeabili che isolano le generazioni, rendendo difficile la trasmissione non solo delle notizie, ma dei valori e della memoria. La sfida oggi non è demonizzare lo smartphone, ma ricostruire ponti tra questi mondi distanti.
Consapevoli, ma non liberi: l’ansia del controllo
Un aspetto cruciale evidenziato dal Censis è la metacomunicazione: gli italiani riflettono su come comunicano. C’è una diffusa consapevolezza dei pericoli: le fake news, i deepfake, la violazione della privacy e la dipendenza digitale sono timori reali e percepiti.
Tuttavia, questa lucidità non si traduce in azione. Il rapporto descrive una società che vive una “sfiducia diffusa” e un’ansia generalizzata. Qui si apre una riflessione antropologica profonda: la libertà dell’uomo è sotto assedio. Non siamo di fronte a utenti ingenui, ma a persone che, pur vedendo le catene degli algoritmi e della manipolazione, si sentono incapaci di spezzarle. La tecnologia, che doveva essere strumento di liberazione e connessione, rischia di trasformare l’uomo da soggetto della comunicazione a oggetto di consumo dati. La vera povertà odierna non è l’assenza di informazioni, ma l’incapacità di scegliere quali informazioni nutrono davvero lo spirito.
Il declino della carta e la fame di Verità
Il crollo della stampa cartacea e la riduzione della lettura di qualità segnano un altro punto critico. La velocità dei social spesso sacrifica la profondità sull’altare dell’emozione immediata. In un contesto dove il confine tra vero e falso (o verosimile, come nel caso dei deepfake) è sempre più labile, la società italiana manifesta un bisogno inespresso di autorevolezza e verità.
La crisi dei media tradizionali non è solo una crisi economica, è una crisi di fiducia. Per il mondo dell’informazione, e specialmente per quella di ispirazione cristiana, questo è un appello alla responsabilità: c’è bisogno di un giornalismo che non si limiti a rincorrere il “click”, ma che torni a essere un servizio alla persona, capace di distinguere il rumore dal segnale, offrendo chiavi di lettura che aiutino a comprendere la realtà, non solo a subirla.
Dalla connessione alla comunione: la sfida educativa
Il Censis conclude indicando una strada obbligata: l’alfabetizzazione digitale. Ma interpretando i dati con sguardo lungimirante, capiamo che la competenza tecnica non basta. Non serve solo insegnare come usare i mezzi, ma perché usarli. Serve passare da una logica di pura connessione a una logica di comunione.
Le istituzioni, la scuola, ma anche le parrocchie e le associazioni, sono chiamate a trasformare quella “consapevolezza critica” rilevata dal Censis in capacità di azione autonoma. Educare ai media oggi significa educare alla libertà, al rispetto dell’altro online e alla ricerca della verità. Solo così la “transizione mediatica” non sarà un processo che subiamo passivamente, ma un’opportunità per rimettere la persona al centro del villaggio digitale.

