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Il passo pesante della leggerezza: perché l’Italia ha bisogno delle vesciche di Zalone

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Dietro l’incasso record non c’è solo marketing. Buen Camino è un’opera imperfetta e tecnicamente fragile, che però riesce dove il cinema d’autore spesso fallisce: raccontare la crisi dell’uomo contemporaneo facendosi ascoltare da tutti.

I numeri, innanzitutto. Le file fuori dai cinema dal 25 dicembre ci dicono che Checco Zalone non è solo un comico, è un sociologo involontario. Tuttavia, fermarsi al botteghino sarebbe miope, così come sarebbe ingiusto liquidare Buen Camino come l’ennesimo cinepanettone. Siamo onesti: l’ultima opera della coppia Zalone-Nunziante non è un capolavoro di cinematografia. La regia resta spesso ancorata a schemi televisivi e la sceneggiatura inciampa talvolta in soluzioni facili. Eppure, definire questo film solo in base ai suoi limiti tecnici significa non capire cosa sta succedendo in sala. Zalone ha avuto il coraggio di usare la sua potenza commerciale per una “sovversione” culturale: ha preso il pubblico che voleva ridere sguaiatamente e lo ha costretto a riflettere sulla propria solitudine.

L’evoluzione della maschera: da vincitore a pellegrino

Il Checco di Buen Camino, erede di un impero di divani e collezionista di Ferrari, è l’evoluzione triste delle sue maschere precedenti. Incarna una “metafisica del consumo” divenuta patologia: non compra per possedere, ma per colmare un silenzio che lo terrorizza. La sua figura di padre che confonde l’affetto con il bonifico (“Papà ti fa il regalo, basta che non rompi”) è sociologicamente ineccepibile. È la radiografia di una generazione che ha abdicato al ruolo educativo rifugiandosi in quello di fornitore di servizi.

La pedagogia delle vesciche

Quando la figlia Cristal (interpretata con una sobrietà che fa da perfetto contraltare all’eccesso teatrale del padre) fugge verso Santiago, il film trova la sua cifra autentica. Costretto ad abbandonare la Ferrari, il “dio del commercio” subisce una spoliazione forzata, una vera kenosis. Qui il film vince la sua scommessa. Le vesciche, la fame, la promiscuità degli ostelli non sono gag fini a se stesse. Zalone usa la comicità fisica per smontare l’arroganza del suo personaggio. Non c’è una conversione mistica posticcia – il film evita saggiamente il “santino” – ma c’è una brutale presa di coscienza del limite. Lì dove la filosofia non aveva scalfito l’uomo moderno, riesce la stanchezza fisica.

Tolo Tolo vs Buen Camino: la maturità

Rispetto al precedente Tolo Tolo, che tentava una satira politica forse troppo ambiziosa, qui l’obiettivo è più intimo. Zalone accetta di farsi “disinnescare”: la figlia non ride alle sue battute, rendendole improvvisamente tristi, fuori luogo. È una scelta coraggiosa per un comico: mostrare che la risata, usata come difesa, non funziona più. Certo, il finale cerca forse una riconciliazione un po’ troppo consolatoria, ammorbidendo un conflitto che meritava più asprezza. Ma è una concessione narrativa perdonabile in un’operazione che ha il merito enorme di portare temi come la spogliazione e l’autenticità nel cuore del pop mainstream.

La domanda che resta

Dunque, com’è questo Buen Camino? È un film imperfetto che però diventa necessario. Non è “utile” in senso didattico, ma è vitale come sintomo. Se milioni di italiani ridono (e poi tacciono) di fronte a un padre costretto a camminare 800 chilometri per riuscire a parlare con sua figlia, significa che quel bisogno di rallentare è molto più diffuso di quanto dicano le statistiche. Zalone non ci dà la soluzione, ma ci lascia con un dubbio fecondo: forse, per incontrarci davvero, dobbiamo prima accettare di perdere. Non serve andare a Santiago; basta osservare le nostre scarpe, e la fatica che facciamo, ogni giorno, a non smettere di essere umani.


Per approfondire la riflessione

La provocazione Al di là della finzione scenica, il film ci interroga sul nostro rapporto con il possesso. Qual è il “comfort” (l’orgoglio, il ruolo sociale, l’abitudine) a cui non riusciamo a rinunciare e che ci impedisce di entrare in relazione con chi ci sta accanto?

Il gesto Il messaggio del film è che la relazione richiede tempo “vuoto”, non riempito da cose. Un suggerimento pratico: provare a sottrarre, non ad aggiungere. Una cena senza telefoni, una camminata senza meta, un ascolto senza giudizio. Ritrovare l’essenziale, togliendo il superfluo.

Di Carlo Dellacasa

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