In questi giorni, mentre Papa Leone XIV è a Nicea, diventa chiaro quanto quel luogo possa ancora parlare al presente. Il nuovo libro di Andrea Cavallini, Nicea 325, edito da San Paolo offre una chiave per leggere il viaggio apostolico e ciò che esso può significare per l’incontro tra le Chiese. Ripercorrendo l’origine della prima unità cristiana, il volume mostra perché quel concilio possa ancora orientare il cammino di oggi.
Che cosa fu il Concilio di Nicea e perché venne convocato?
Nicea è un nome che da 1700 anni evoca uno spartiacque nella storia del cristianesimo. Il concilio che vi si tenne nel 325 fu un evento senza precedenti: per la prima volta, vescovi da ogni parte dell’Impero romano vennero convocati per riunirsi in una grande assemblea. Anche se parteciparono solo circa 250 vescovi su oltre mille, e quasi tutti provenienti dall’Oriente, la portata simbolica e politica dell’evento fu enorme. A volerlo fu l’imperatore Costantino, deciso a dare forma visibile alla nuova unità dell’Impero dopo un periodo di guerre interne. Ma quella unità, a suo avviso, doveva estendersi anche alla fede cristiana, ormai tollerata e favorita, ma segnata da tensioni dottrinali profonde. La più urgente tra queste riguardava la divinità del Figlio: era Dio come il Padre o una creatura intermedia? Su questo punto il mondo cristiano era diviso, e Costantino voleva sanare la frattura.
Perché l’imperatore Costantino volle intervenire nella disputa tra i cristiani? Fu mediatore, arbitro o protagonista politico?
Per capirlo, bisogna entrare nella logica religiosa dell’Impero romano. Per un imperatore, la religione non era un fatto privato: garantire la pace con gli dèi era un dovere politico. Dopo l’Editto di Milano del 313, che pose fine alle persecuzioni, il cristianesimo divenne una religione ammessa, quindi anche una questione imperiale. Costantino si sentiva protetto dal Dio dei cristiani e investito di un compito storico: pacificare l’Impero anche attraverso l’unità della Chiesa. Non fu un osservatore neutrale: convocò, finanziò, partecipò almeno in parteai lavori del concilio e il peso della sua autorità si fece sentire. Costantino era convinto che una Chiesa unita fosse condizione per un Impero forte. Per questo non esitò a forzare tempi e decisioni pur di ricomporre le divisioni.
Quali erano le principali differenze di posizione tra i protagonisti del concilio?
Il caso più noto è quello di Ario, prete di Alessandria d’Egitto. Insieme con alcuni vescovi, Ario sosteneva che il Figlio di Dio non era eterno, ma creato dal Padre prima della creazione del mondo. A opporsi c’erano altri vescovi, capeggiati da Alessandro di Alessandria, che difendevano la piena divinità del Figlio. Ma il concilio non fu uno scontro tra due sole fazioni: le posizioni teologiche erano molteplici, spesso sfumate, influenzate da scuole filosofiche, lingue, sensibilità spirituali. Il concilio approvò una formula che affermava l’uguaglianza del Figlio col Padre attraverso il termine homoousios, “della stessa sostanza”. Una parola nuova, che molti accettarono con esitazione. Nicea fu un compromesso, non una sintesi definitiva. Per questo fu seguito da un periodo di ulteriori discussioni.
Perché il concilio ritenne necessario formulare un Credo comune?
In realtà, a Nicea nessuno pensava di scrivere il futuro Credo della cristianità. I vescovi elaborarono una formula dottrinale per escludere le posizioni ariane, più che una definizione esaustiva della fede. Era una formula vincolante, non pensata per l’uso liturgico. Solo nei decenni successivi, attraverso discussioni e riformulazioni, quel testo divenne il Credo oggi recitato nella messa, detto “niceno-costantinopolitano” perché aggiornato nel concilio di Costantinopoli del 381.
Che conseguenze ebbe Nicea nei decenni successivi?
Nicea non mise fine ai conflitti teologici. Anzi: nei decenni successivi il Credo niceno fu oggetto di contestazione e compromessi, e molti dei suoi sostenitori – come Atanasio di Alessandria – subirono esilio e persecuzione. L’Impero stesso oscillò tra posizioni differenti a seconda degli imperatori. Ma nel lungo periodo fu proprio la formula di Nicea a imporsi. Alcuni grandi vescovi e teologi, come Basilio Magno in Oriente e Ambrogio in Occidente, contribuirono a farne un pilastro dell’identità ecclesiale. Fu l’epoca in cui la dottrina della Trinità divina trovò la formulazione che poi è rimasta definitiva.
Perché l’incontro di Papa Leone con il patriarca Bartolomeo in Turchia, proprio nei 1700 anni di Nicea, può essere importante per il dialogo ecumenico?
Nicea è una memoria condivisa. È un concilio anteriore alle fratture: non è “cattolico”, “ortodosso” o “protestante”, ma cristiano. In un tempo segnato da divisioni, tornare a quell’origine può aprire spazi di riconciliazione. Papa Leone e il patriarca Bartolomeo lo sanno: la loro preghiera comune in Turchia, con delegazioni di altre Chiese, è più che un ricordo, è un segno. Non si tratta di cancellare le differenze, ma di riconoscere una radice comune. E questo era il cuore di Nicea: cercare insieme un’unità che non fosse uniformità, ma comunione. A 1700 anni di distanza, è una lezione ancora viva.
di Andrea Gaggioli

