Rileggere la lettera a Dickens è un atto d’accusa contro la nostra malinconia estetica. Non per umiliarci, ma per svegliarci: Luciani non voleva commuoverci sui poveri. Voleva avvisarci che il pozzo ha un fondo. E che, per salvare la barca, qualcuno deve scendere di peso.
Ho passato anni a pensare che il mio dovere fosse capire. Leggere, analizzare, magari scrivere un bel pezzo “sotto la luce fredda della scrivania”. Mi accorgo ora, con un certo imbarazzo, che stavo facendo esattamente ciò che Luciani rimproverava al suo tempo e che oggi è diventato il nostro sport nazionale: lucidavo gli ottoni mentre la barca imbarcava acqua.
È comodo trattare Illustrissimi come un’opera letteraria. Ti permette di ammirare la prosa del “parroco del mondo”, di sorridere dell’idea di scrivere a Charles Dickens, di sentirti una brava persona perché ti commuovi davanti al bambino costretto a lavorare mentre il padre è in prigione per debiti. Ma Luciani — e qui l’edizione critica curata da Stefania Falasca aiuta nello studio del testo — non cercava la nostra commozione. Voleva smontare un inganno.
Il centro della lettera non è la Londra vittoriana. Quella, dice, l’abbiamo almeno in parte corretta: i “granellini di sabbia” si sono uniti e hanno piegato il “bestione”, strappando diritti e tutele. Il punto è un altro: abbiamo spostato il problema. L’abbiamo reso globale. E lo abbiamo nascosto sotto il tappeto del nostro benessere.
Oggi lo Scrooge che nega l’aiuto non è più un vecchio avaro in una stanza gelida. Sono io, ogni volta che mi racconto che il mio stile di vita è un diritto acquisito, separato dal resto del mondo. Luciani lo dice senza alzare la voce, ed è questo che lo rende più duro: la povertà non è solo un tema morale, è un fatto strutturale. È “uno sterminio di gente” davanti alle nazioni del benessere. E dentro questo quadro, il mio comfort non è neutrale.
Quando poi parla di risorse, la tonaca gentile lascia intravedere l’acciaio. Ci siamo illusi che certi pozzi fossero senza fondo. Ci siamo comportati come se la materia prima obbedisse ai nostri desideri. Luciani mette invece sul tavolo un dato che oggi ci brucia addosso: i limiti esistono. Esistono per la terra, per l’aria, per ciò che lasciamo in eredità. La “corsa frenetica al benessere” non è solo discutibile: prima o poi si schianta contro la realtà.
Ed è qui che cade il mio alibi migliore: quello della solidarietà come “aggiunta”. Faccio la mia vita, corro, accumulo, e poi aggiungo un gesto buono, una donazione, un pensiero gentile. Luciani ribalta la logica con l’immagine della barca unica: in mare mosso, la solidarietà non è un accessorio. È una condizione di galleggiamento.
E qui arriva il punto più scomodo: se la barca è una sola e le risorse sono finite, la solidarietà non è addizione. È sottrazione. Per far sedere Lazzaro alla mensa non basta stringersi un po’. Vuol dire che io mangi meno. Che io occupi meno spazio. Che io lasci qualcosa. Ma la sottrazione, nel Vangelo, non è masochismo: è libertà. È togliere peso per tornare a respirare. Luciani lo chiama dovere, non elemosina. Parla di “peccato sociale” perché non sta descrivendo un difetto privato: sta indicando una responsabilità che ci riguarda tutti.
Fin qui, però, rischio di fermarmi nel punto più comodo: la diagnosi. E allora la domanda vera — quella che evito da sempre — è: cosa devo tagliare? Se qui mi blocco, ho appena inventato un nuovo alibi: “mi sono accorto del problema”, e posso tornare a lucidare gli ottoni con la coscienza un po’ più pulita.
Il conflitto è reale, ed è questo: in una società interconnessa, quasi tutto ha una giustificazione. Quasi tutto sembra “necessario”. Per questo serve una bussola, non un’ispirazione.
Io la riduco così, senza eroismi e senza teatro.
Primo taglio: lo spreco certo.
Non è ancora rinuncia, è verità. Cibo buttato, energia dissipata, oggetti doppi, abbonamenti dimenticati, acquisti d’impulso. Qui non sto “facendo il santo”: sto smettendo di mentirmi. È il superfluo più facile da riconoscere perché non serve a nessuno, nemmeno a me.
Secondo taglio: il superfluo travestito da diritto.
È la parte più dura. Non riguarda ciò che butto, riguarda ciò a cui mi aggrappo. Cose che non mi curano davvero ma mi tengono su di giri: la gratificazione continua, il comfort automatico, l’idea che ogni fatica vada anestetizzata. Qui la domanda non è “mi piace?” ma: mi rende più libero o più dipendente? Se mi lega, pesa.
Terzo taglio: ciò che posso fare solo in modo comunitario.
Perché da soli si regge poco. Ci sono rinunce che diventano praticabili solo se diventano scelte condivise: un modo diverso di spendere, di spostarsi, di consumare, di sostenere chi è più fragile. Non come “progetto perfetto”, ma come alleanza minima: se la barca è una, remare insieme non è poesia, è tecnica.
E qui va chiarito anche un punto: il problema non è il progresso. Il problema è quando il progresso diventa privilegio, quando cresce in alto e lascia sotto un vuoto. Non è nostalgia, non è pauperismo. È giustizia. La domanda non è “torniamo indietro?”, ma: chi paga il conto di quello che io chiamo normalità? Se la risposta è sempre “qualcun altro”, allora il progresso non ha corretto Scrooge: lo ha soltanto reso più efficiente e più globale.
La barca unica, infatti, non è una metafora poetica per dire che siamo tutti fratelli. È un avvertimento tecnico: se affonda la prua, affonda anche la poppa. Non c’è salvezza privata. Non esiste un “si salvi chi può”.
E qui il finale non può essere una carezza a buon mercato. Luciani non chiede eroi, è vero. Ma non chiede nemmeno spettatori interiormente commossi. Chiede scelte. La fede non sostituisce la decisione: la rende possibile senza disperare. Non ti toglie dal mare mosso. Ti rimette in piedi quando vorresti sederti. Poi, però, tocca a te mollare un peso e prendere un remo.
Smettere di lucidare gli ottoni significa questo: smettere di cercare scuse estetiche. Accettare che il progresso non ci salva se non diventa più giusto. E capire che per remare serve una cosa semplice e durissima: avere le mani libere dal superfluo.
di Carlo Dellacasa
Nota: le espressioni tra virgolette rimandano alla lettera a Charles Dickens in Illustrissimi (edizione critica a cura di Stefania Falasca, Edizioni Messaggero Padova).

