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Maria, la libertà e quella frase “esplosiva”: perché la forma è sostanza (soprattutto in Chiesa)

Monsignor Laterza

Quando una catechesi diventa un caso mediatico, la tentazione è sempre doppia: l’urlo dell’indignazione o il silenzio dell’imbarazzo. Ma l’unica via d’uscita è attraversare la tempesta e capire cosa è successo davvero tra il pulpito e lo schermo.

C’è un momento preciso, nel giornalismo così come nella vita ecclesiale, in cui la tentazione di voltare la testa dall’altra parte si fa fortissima. Accade quando l’argomento è spinoso, quando le tifoserie sono già schierate e quando ogni parola rischia di essere brandita come un’arma.

Il caso esploso il 20 dicembre 2025 nella cattedrale di Conversano è esattamente uno di questi momenti.

Eppure, ignorare la frattura innescata dalle parole di mons. Giuseppe Laterza («Maria è veramente libera… perché sa obbedire… dovremmo dirlo a qualche femminista») sarebbe un errore. Non perché dobbiamo alimentare il rumore di fondo dei social, ma perché dentro questo episodio si nasconde una lezione concreta su come parliamo di Dio, di donne e di libertà nel nostro tempo. Gestire l’emergenza non significa insabbiare: significa comprendere i meccanismi che trasformano un messaggio di fede in uno scontro di potere.

Oltre la superficie dello scontro

I fatti corrono veloci sugli smartphone. Durante una Novena, un rappresentante della diplomazia della Santa Sede pronuncia una frase che lega la libertà di Maria alla sua obbedienza, aggiungendo una chiosa polemica verso il femminismo. Il risultato è una forte reazione online: da una parte chi legge un riflesso patriarcale, dall’altra chi difende il contenuto dottrinale senza distinguere.

Ma se ci fermiamo qui, restiamo in superficie. Per capire davvero, dobbiamo scendere di un livello: quello della metacomunicazione. Dobbiamo cioè distinguere il contenuto (che cosa si dice) dalla relazione (come lo si dice e quale rapporto si instaura con chi ascolta).

Il cuore teologico: un “Sì” che non è sottomissione

Partiamo dal contenuto, perché la precisione è il primo dovere. Se depuriamo la frase dall’inciso polemico, il punto toccato è antico e solido: la tradizione cattolica, dalla Marialis Cultus alla Mulieris dignitatem, non ha mai letto l’obbedienza di Maria come sottomissione passiva o annullamento della volontà.

Nel racconto evangelico Maria non è una figura muta o trascinata dagli eventi: domanda, ascolta, valuta, e infine sceglie. Il suo Fiat (“Eccomi”) è un atto squisitamente personale: un’adesione consapevole a un Bene riconosciuto come tale. In questo senso, dire che Maria è libera perché aderisce al progetto di Dio è coerente con l’asse portante della teologia mariana.

Allora, perché è esploso tutto?

L’errore di cornice: quando la relazione oscura il contenuto

Il cortocircuito non nasce dal nucleo teologico, ma dalla cornice relazionale. Avviene nel momento esatto in cui viene pronunciata la frase: «Dovremmo dirlo a qualche femminista».

In quel preciso istante la comunicazione esce dal registro della testimonianza (“annuncio la bellezza di Maria”) ed entra nel registro della contrapposizione (“io correggo un altro”). Non è necessario processare le intenzioni interiori del Monsignore: basta osservare l’effetto, umanamente prevedibile. Quando indichi un destinatario polemico, l’attenzione del pubblico si sposta istantaneamente dal tema (Maria) al conflitto (Chiesa contro femminismo). E, nell’ecosistema digitale, il conflitto tende a vincere sul contenuto.

Qui entra in gioco un dato di realtà spesso trascurato: parole come “obbedienza”, quando riferite alle donne, non arrivano mai in un campo neutro. Portano con sé una memoria storica e sociale forte: anche quando l’intenzione è spirituale, molte persone le associano a dinamiche di subordinazione secolare. Ignorare questo vissuto non rafforza la verità: la espone a letture conflittuali in larga parte prevedibili.

Il pulpito non ha più pareti

C’è infine un elemento strutturale ineludibile: il pulpito non è più un luogo “protetto”. Un tempo l’omelia restava confinata dentro una comunità fisica che condivideva codici e linguaggio. Oggi, tra dirette streaming e clip virali, ogni frase pronunciata in chiesa è già pubblica.

Dire “mi hanno frainteso decontestualizzando” è ormai un’autodifesa insufficiente. Chi ha un ruolo di responsabilità pubblica deve considerare che il taglio e l’estrazione sono regole del mezzo, non eccezioni. Se una verità di fede regge solo se protetta da venti minuti di spiegazione teologica, ma crolla se isolata in dieci secondi, quella comunicazione è intrinsecamente fragile per il 2025.

Per una verità disarmata

La lezione di Conversano non è un giudizio sulla persona, ma un appello alla responsabilità del linguaggio.

La verità cristiana non ha bisogno di avversari per mostrarsi luminosa. Maria non ha bisogno di essere usata come bandiera contro una categoria culturale: il suo “Sì” parla al cuore del mondo proprio perché non è annullamento, ma pienezza di scelta. Raccontare questa densità richiede cura: rispetto per la storia, attenzione alle parole ad alto rischio e un linguaggio che costruisca ponti invece di aprire nuovi fronti.

Di Carlo Dellacasa

💡 Cassetta degli attrezzi: Comunicare la fede nel 2025

Come si parla di temi “difficili” senza rinunciare alla dottrina ma evitando l’effetto boomerang?

✅ BUONE PRATICHE❌ ERRORI DA EVITARE
Definire le parole ad alto rischio
Se devi usare parole come obbedienza, definiscile prima. Esempio: “Qui obbedienza significa ascolto profondo di Dio, non sottomissione a un uomo”.
Creare bersagli polemici
Evita frasi come “ditelo a…”, “spiegatelo ai moderni”. Creare un “noi contro loro” sposta il focus dalla fede alla polemica identitaria.
Assumere il “microfono aperto”
Considera che ogni frase può circolare isolata sui social. Chiediti: “Questa frase, da sola, regge o sembra aggressiva?”.
Scaricare la colpa sull’ascoltatore
Dire “non capite” o “vi offendete per niente” chiude il dialogo e non ricostruisce la fiducia necessaria all’ascolto.
Riconoscere l’asimmetria
Quando un uomo di autorità parla di doveri femminili, il tono ha un peso specifico doppio. L’empatia è un requisito di competenza.
Usare il sarcasmo
L’ironia dal pulpito è rischiosissima. Quella che in presenza sembra una battuta, online diventa facilmente arroganza o disprezzo.

Nota di metodo: questo articolo non intende giudicare le intenzioni della persona, ma analizzare un episodio di comunicazione pubblica. Non si discute il merito delle battaglie culturali: si osserva come una cornice relazionale inadeguata possa compromettere la ricezione di un contenuto teologico.

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